Appunti di umanesimo tech per far ripartire l’italia (e non sentirci troppo in colpa davanti ai nostri figli)

Tra meno di 5 mesi saremo nel 2020. E’ abbastanza incredibile pensarci per noi della generazione X (1960-1980) che siamo diventati adulti carichi di aspettative per il nuovo millennio. Cresciuti in un mondo occidentale ancora ricco di diseguaglianze, frivolo, orientato al successo e senza troppi problemi di etica, guardavamo al futuro con tanta intensità, molto romanticismo e qualche ansia.
La tecnologia muoveva i primi passi verso le nostre scrivanie, fuori dai grandi laboratori, e il cinema ci faceva sognare un mondo di conquiste verso nuove galassie e viaggi nel tempo, anche a bordo di automobili fatte da inventori in camice bianco. Blade Runner fotografava un 2019 terribile, in un pianeta Terra che, a causa dell’inquinamento e del sovraffollamento sarebbe diventato invivibile.
E’ andata un po’ meglio. Il pianeta non è distrutto, ma probabilmente pagheremo pesanti conseguenze per il modo di agire dissennato nostro e per quello dei nostri genitori e dovremo fare leva su tutto il genio delle nuove generazioni per recuperare in qualche modo agli errori compiuti.
Una responsabilità enorme per i nostri giovani, ai quali, citando al contrario la famosa frase dello zio di Peter Parker, non sono stati corrisposti grandi poteri. Anzi.
Il nostro paese arriva al 2020, complice una televisione di stato e commerciale che è rimasta agli anni Ottanta, con scarsissima consapevolezza di quello che l’aspetta. Immerso nelle solite discussioni autoreferenziali fa una fatica pazzesca a comprendere che siamo passati da una accelerazione analogica a una digitale. Come gran parte dell’Europa, il paese ha non solo abdicato totalmente alla sua leadership culturale, ma è anche colpevole di aver inquinato il mondo e di non essersi nemmeno preoccupato di investire sul futuro dei propri figli per permettere loro di salvarlo.
Puntare sulle nuove generazioni implica due cose: formare le loro menti e poi investire nelle loro idee. Pur potendo vantare figure simbolo come la Montessori o eccellenze come il poco conosciuto Modello Reggio Children, abbiamo fatto troppo poco. Soprattutto negli ultimi anni dove, a eccezione delle fughe in avanti di alcuni territori, il sistema ha retto solo grazie ai tanti bravi insegnanti che, per amor proprio e passione per quello che fanno, hanno faticosamente tenuto il passo con un interlocutore, lo studente, che è profondamente diverso da quello a cui offrivano il loro sapere 20 anni fa. Z (1997-2010) e Alpha (i nati dopo il 2010), sono le lettere che rappresentano due generazioni che saranno il nostro ponte verso il futuro, che non hanno più alcun elemento esperienziale per leggere il processo analogico che ha segnato il nostro sviluppo: completamente digitali, terribilmente più veloci di noi, ragionano in modo globale, con una percezione dei confini decisamente sfumata. Non compreranno una casa, non comprenderanno i nostri formalismi, non guideranno se non proprio necessario e soprattutto vedranno gli sprechi come un crimine contro l’umanità. Avranno meno fame di successo e un approccio diverso alla ricchezza e al lusso, che avrà nuovi canoni: cercheranno di vivere in armonia con la natura, saranno molto più spirituali e si preoccuperanno più di condividere che di possedere. La loro etica, la loro sensibilità per le tematiche ambientali ci farà sembrare delle figure ottocentesche. Una di loro ha deciso addirittura di non andare a scuola se non ci decidiamo ad ascoltarla: si chiama Greta.
L’altra cosa rispetto alla quale stiamo facendo troppo poco è credere nelle loro idee: dobbiamo investire soldi veri nella loro visione del mondo e cancellare l’alibi che noi stessi abbiamo trasmesso loro, che nel nostro paese certe cose non si possono fare. Dobbiamo smettere di ricordare loro cose che non hanno più significato nella contemporaneità dei nostri tempi e iniziare a mostrare loro i modelli vincenti nati qui, che li possano ispirare. Il nostro è il miglior paese al mondo per fare innovazione, la nostra lingua, fin da bambini, ci ha aperto a infinite possibilità di significato, conferendoci un’apertura mentale unica. Viviamo in un territorio stupendo e vario, trasudiamo umanesimo ovunque si posi l’occhio, abbiamo qualità della vita tra le migliori al mondo e cibo eccezionale per diversità, cultura, tradizioni. Sembrano cose non pertinenti con il fare impresa, ma non è così: con gli anni mi sono convinto che tutto nasca dalla contaminazione del pensiero tecnologico con quello umanistico.
Come diceva Steve Jobs, l’innovazione nasce dall’incontro delle arti tecnologiche con quelle umanistiche. Io ci aggiungo la H di fronte, che sta per Human, perché oggi, e domani più che mai, tutto deve ruotare attorno all’uomo e ai suoi bisogni. Innovare significa migliorare qualcosa portando un reale beneficio alla comunità.
L’uomo quindi è al centro e la traiettoria del progresso risponde a un’esigenza umana. Sullo sfondo c’è sempre una tecnologia abilitante, ma la chiave umanistica è quella che dà senso al tutto. Per questo il tema della formazione diventa cruciale. Il role model principale nel nostro paese è ancora quello della famiglia, che nella migliore delle ipotesi riesce a compensare le debolezze del sistema scolastico. Oggi la scuola tende a reprimere la creatività, per varie ragioni: la prima ha a che fare con l’innata necessità di creare un metodo, un formato per inscatolare le cose. La seconda è che le generazioni precedenti tendono a vivere in una comfort zone da cui non escono, la loro voglia di sperimentare qualcosa di nuovo e approfondire nuovi saperi è limitata. Non possiamo pensare di dare ai giovani una formazione come quella che abbiamo ricevuto, sarebbe un danno enorme. E la formazione deve vivere immersa nell’innovazione, vicina alle reali necessità delle aziende.
L’Italia, che celebra i 500 anni dalla morte del genio più importante al mondo, ha grandi vantaggi competitivi per vincere questa partita. Dobbiamo attivare la mente dei nostri ragazzi davanti a quello che li circonda: sono convinto che una volta stimolati da role model positivi del Dopoguerra, o della fine degli anni 60-70, di imprese nate dal genio del singolo che si metteva in mezzo alle montagne a fare occhiali, colorare i maglioni o sfidare gli americani nei jeans, il più sia fatto.
E oggi non ci stiamo credendo, o forse anche peggio, non ce ne stiamo preoccupando: chi può si è rassegnato a far terminare il ciclo di studi ai propri figli all’estero, anticipando e stimolando quella fuga di cervelli che anima spesso le discussioni dei salotti. Chi invece non ha i mezzi si ingegna ma la maggior parte se ne frega. E te ne rendi conto se cerchi sostegno per fare borse di studio che premino il merito. Difficilissimo. Per fortuna la rete ha democratizzato come non mai l’accesso all’informazione e il talento trova le sue strade, ma servono stimoli e linee guida.
Serve che il paese ci sia e sostenga questi modelli, crei poli di visione e cambi completamente il registro della comunicazione. Visione, pianificazione strategica che latita o che come al solito non viene messa a sistema.
A dispetto del fatto che è sempre il nostro genio italiano a regalare al mondo la regola di base dell’economia della conoscenza. Messa per iscritto ben sette anni fa, nel 2012, proprio da un italiano, Enrico Moretti, professore di Economia a Berkeley nel suo libro “La Nuova Geografia del Lavoro”, che Barack Obama nel 2018 ha inserito nella classifica delle migliori letture dell’anno. Moretti sostiene che il futuro dell’economia si costruisca attorno al talento e spiega quanto sia importante per i territori e per le aziende aggregare, trattenere, formare, investire sul talento. Il futuro del nuovo mondo si gioca tutto qui, nella formazione e nella capacità di polarizzare il talento attorno a una visione. Sembra una cosa lontana ma ricordiamoci che se il talento vola oltre oceano o in altre destinazioni europee il paese, le città, la società civile si inaridisce a tutti i livelli. Guardiamo sempre all’esterno, reputiamo gli altri sempre più bravi e non valorizziamo quello che abbiamo. La finanza c’è, ma anziché sui nostri figli, preferiamo investirla sul futuro dei figli degli altri. E’ frustrante.
In questi anni la sola Milano ha saputo reggere il passo aggregandosi sull’eccellenza dei suoi distretti moda, design e finanza e delle sue ottime università e scuole. Ma da sola non può trascinare il paese, non ce la può fare e non le conviene neppure farlo. L’Italia non è la Francia. Milano è in grado di catalizzare talenti ma a oggi investe nelle loro idee 20 volte di meno di Londra e non figura nemmeno tra i primi 10 tech hub europei. Non bene, soprattutto in una Europa che lentamente sta cambiando pelle: le industrie tradizionali che hanno sempre guidato e guidano tuttora l’economia hanno subìto un calo negli ultimi dieci anni. I numeri della nuova economia sono insignificanti se confrontati con l’industria tradizionale, ma il settore tecnologico (software) sta crescendo cinque volte più velocemente del settore non tech. Una crescita che rappresenta una speranza per il nostro continente specie se le generazioni Z e Alpha ci aiuteranno a riconquistare quella leadership culturale che ha trainato il mondo nella sua evoluzione. L’esempio perfetto è la visita di mr. Facebook alla Luxottica qualche settimana fa: un’eccellenza incredibile del nostro paese che con coraggio e una visione straordinaria si sta garantendo una centralità nel business anche nei prossimi anni dove aumenteremo il nostro udito e il nostro sguardo a nuove sfumature della realtà che devono essere disegnate completamente da zero e che aspettano solo giovani talenti per farlo.
Dobbiamo investire, supportare e credere nelle idee dei nostri giovani. Aggregare, formare e attrarre più talenti possibili nel territorio creando le migliori condizioni al mondo per lo sviluppo di una nuova economia dell’innovazione, che può essere anche manifatturiera, ma che conosce e integra il digitale. Vedo tre temi destinati a diventare di grande attualità: la conservazione della bellezza, l’esplorazione delle nuove frontiere e la riscoperta dei segreti più intimi dell’uomo. “Si può fare”, come urlava Gene Wilder nel capolavoro di Mel Brooks. L’abbiamo già fatto tante volte, lo facciamo tutti i giorni. Lo sappiamo fare benissimo. Ma dobbiamo crederci.